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sabato 5 maggio 2012

DIBATTITO SULL'ECONOMIST: INTERNET STA RENDENDO IL GIORNALISMO MIGLIORE?

05/05/2012


Il 12 Luglio 2011 sul sito online dell’Economist è stato pubblicato un dibattito incentrato sull’influenza di Internet nel giornalismo. Il moderatore del dibattito era Tom Standage, il quale ha introdotto l’argomento esplicitando i temi principali, per poi lasciare la parola a Jay Rosen (a favore dell’utilizzo di Internet nell’informazione pubblica) e Nicholas Carr (che ha supportato la tesi contraria).
Nella presentazione del dibattito, Tom Standage  ha affermato che sebbene risulti impossibile giungere ad un giudizio netto sui cambiamenti che Internet ha apportato nel giornalismo, è comunque possibile verificare se l’evoluzione in questione abbia reso globalmente più forte o più debole il settore giornalistico. In un sintetico excursus sulle novità legate all’informazione, il digital editor dell’Economist, ha ricordato la possibilità di essere costantemente e globalmente informati,  la crescita della trasparenza del lavoro giornalistico e la nascita di nuovi modi di fare informazione. Ha evidenziato che la rete non è uno strumento “a senso unico”, in quanto oltre ad  apprendere notizie dal web vi è anche la possibilità di caricarne di nuove. “That is not to say that everyone is now a journalist, but it means that the chances of something important being captured by somebody at the scene are much higher” (questo non vuol dire che tutti siano giornalisti, ma che le possibilità che qualcosa di importante sia catturato da qualcuno sulla scena sono molto più alte).

Se però da un lato Internet ha fornito nuovi strumenti all’informazione, dall’altro sta ponendo fine al vecchio giornalismo. Questo è probabilmente l’aspetto che influenza meno il singolo utente nella sua quotidianità, perché riguarda le aziende giornalistiche, con la chiusura di imponenti testate e la crisi della carta stampata. La riduzione del capitale dei giornali cartacei porta ad una omologazione dell’informazione, in quanto, in mancanza di fondi, si preferisce puntare ad un ampliamento del mercato a discapito della qualità del servizio. I reportage approfonditi  necessitano, infatti, di tempo e una discreta disponibilità di risorse economiche.  La cosa peggiore, inoltre, è che “misurare l’impatto di questa perdita di  è quasi impossibile; per definizione, non si può sapere se una storia non può essere seguita ” per mancanza di fondi.
(Jan Rosen)

Passando al dibattito vero e proprio, il primo ad spiegare la propria opinione a riguardo è stato  Jay Rosen, il quale, già in apertura,  ha espresso la ferma convinzione che secondo lui Internet stia rendendo migliore il giornalismo.  Pur essendo consapevole dell’esistenza di aspetti negativi legati all’entrata del web nel mondo giornalistico, il professore della New York University ha preferito focalizzarsi sugli aspetti positivi riassumendoli in dieci punti. Tra questi, oltre alla facilità con cui è possibile diffondere una notizia, vi era la crescente possibilità di una informazione interattiva.  Secondo Rosen, infatti, il giornalismo è uno di quei settori che trae beneficio dall'avere un pubblico attivo e partecipe.
(Nicholas Carr)

Una volta concluso il primo intervento, a prendere la parola è stata la “parte avversa”: Nicholas Carr si è concentrato sul lento declino della qualità giornalistica, accompagnato dalla riduzione di posti di lavoro. Ha affermato infatti:  “se possiamo concordare sul fatto che Internet, alterando l’economia di fondo del news business, abbia ristretto i livelli del giornalismo professionale, allora la domanda da porsi è diretta: ha creato altri modelli di informazione per colmare il divario? La risposta, ahimè, è egualmente diretta: no". Perciò, sebbene non sia escluso che in futuro le organizzazioni giornalistiche possano essere in grado (guadagnando più soldi online ) di riportare il giornalismo al suo rigore, attualmente, conclude Carr, la rete ha danneggiato il giornalismo piuttosto che aiutarlo”.

Il dibattito è continuato per dieci giorni e durante questo periodo di tempo era possibile entrare sul sito dell’Economist e votare o lasciare un commento. I risultati finali hanno decretato vincitore Jan Rosen con il 69 % dei voti.
 Maria Serena Ciaburri




martedì 1 maggio 2012

Come parlerà la rete ?

 01-05-2012


Che lingua parla il web?
Inglese, ma ancora per poco. Secondo una ricerca diffusa ieri dal colosso delle traduzioni on line «Smartling» alla fine del 2011 il 27% dei contenuti che si trovavano su Internet era scritto in inglese e il 24% in cinese. Ma il Dragone ha messo il turbo anche nel campo del digitale e in meno di due anni il cinese diventerà la lingua più diffusa in rete. Un traguardo difficile da pronosticare: dieci anni fa era sotto il 9%.

E le altre lingue?
Al terzo posto c’è il giapponese, in netto calo, poi lo spagnolo e il tedesco. Solo il 3% dei contenuti è scritto in arabo. L’Italia è all’ultimo posto tra i Paesi del G8, con il 2%.

Quanto è diffuso Internet?
Secondo un rapporto curato dall’Onu almeno 2 miliardi di persone usano il web. Negli ultimi dodici anni il numero di utenti è esploso: nei primi mesi del 2000 erano solo 250 milioni. I siti più cliccati sono Google, Facebook, Yahoo e Youtube.   



 Come si spiega il boom cinese?
I cinesi sono sempre più affamati di tecnologia. A gennaio Apple è stata costretta a sospendere le vendite dell’ultimo modello di iPhone per evitare problemi di ordine pubblico. Secondo i dati del «China Internet Network Information Center» la Cina ha superato la cifra record di 500 milioni di connessioni: lo scorso anno l’incremento è stato del 12%. Da segnalare il boom degli accessi da dispositivi mobili e dalle aree rurali, che hanno registrato rispettivamente un balzo del 17,5% e dell’8,9%.

Quali sono i siti più visitati in Cina?

In testa alla classifica c’è Baidu, il Google cinese, un motore di ricerca utilizzato da oltre 400 milioni di utenti. Fondato nel 2000, nel 2007 ha raggiunto un traguardo storico: è stato il primo gruppo cinese ad essere incluso nell’indice Nasdaq.

E i social network?
Il più in voga è Weibo, servizio di microblogging del portale Sina.com, molto simile a Twitter. Dal mese scorso, però, i controlli si sono fatti più stringenti e i cybernauti sono costretti ad autenticarsi con nome e documento di identità. Ma ogni tanto anche la censura si allenta. Ieri, in alcune aree del Paese, è stato accessibile anche Facebook, che potrebbe sfruttare l’acquisizione di Instagram - già disponibile in cinese - per superare le barriere imposte dal governo.

Nell’ultimo rapporto sulla rete “Reporters Senza Frontiere” parla di “emergenza Cina”: perché?
La rete, grazie alla sua libertà, è il luogo privilegiato per attivisti e dissidenti, e il governo ha stretto la morsa. Nel tentativo di combattere le «voci» che si diffondono su Internet, Pechino il mese scorso ha chiuso 42 siti. L’allarme sulla cyber-repressione è stato lanciato anche dal co-fondatore di Google Sergey Brin: «Ci sono forze molto potenti - ha detto in un’intervista al Guardian - che si sono schierate contro Internet, su tutti i fronti e in tutto il mondo».

Qual è la lingua perfetta per il web?
Secondo l’Economist le lingue più brevi e incisive sono il cinese e l’arabo che, rispetto all’inglese, risparmiano rispettivamente il 69% e il 14% di spazio per scrivere lo stesso testo. Sul web utilizzare poco spazio è fondamentale, soprattutto sui social network come Twitter, che accetta messaggi lunghi al massimo 140 caratteri. Twitter, scrive l’Economist, sta diventando importante anche per salvare le lingue in via di estinzione: molte persone che parlano basco o gaelico utilizzano il web per comunicare e tra le centinaia di migliaia di profili attivi c’è n’è uno che «twitta» in kamilaroi, una particolare lingua degli aborigeni australiani che oggi viene parlata solo da tre persone.

Davvero il web sta modificando la lingua?
Sì, soprattutto nei Paesi anglosassoni. Waterstone’s, la maggiore catena di librerie del Regno Unito, ha deciso di abolire il genitivo sassone dalle sue insegne, rinunciando all’apostrofo e diventando Waterstones. La scelta è stata così motivata: la parola è più semplice da trovare sui motori di ricerca.

Come si fa a risparmiare spazio?
La maggior parte degli utenti si affida agli emoticons, simboli grafici che raffigurano le espressioni facciali. Molto usati tra gli adolescenti, da qualche anno sono entrati anche nel lessico comune.

Si può tradurre una pagina web?
Sì. Il servizio più utilizzato, nonostante presenti ancora molte limitazioni, si chiama Google Translate e permette di tradurre qualsiasi sito internet. Translate si basa su un algoritmo sviluppato dagli ingegneri di Mountain View, che lo aggiornano continuamente, ed è completamente gratuito.



Fonte : La Stampa ( Torino, 27 aprile 2012, articolo a cura di Giuseppe Bottero )


E voi cosa ne pensate ? In un futuro prossimo parleremo tutti cinese e inglese o riusciremo a salvare la nostra lunga, complicatae preziosa lingua ?          






  
                                                                                                                                      Matteo Colombino