14/06/2012
Nel 2008 è apparso tra le pagine de “The Atlantic” un articolo di Nicholas Carr intitolato: “Is Google make us stupid? What the Internet is doing to our
brains” nel quale l’autore afferma
che Internet sta modificando negativamente il nostro modo di pensare e di porci
dinanzi alle cose. Prendendo in prestito le parole di HAL(computer di bordo della nave spaziale nel film "2001:Space Odissey" di Stanley Kubrick) Carr
esprime una sua ricorrente sensazione: “
My mind is going. I can feel it. I can feel it”.
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| (The Atlantic- Giugno/Agosto 2008) |
“La mia mente mi sta
abbandonando, riesco a percepirlo”, è proprio quanto tenta di esprimere lo scrittore nel suo articolo: ha notato con il passare del tempo e il
cambiare delle abitudini, uno sforzo crescente nel focalizzare l’attenzione
su un unico testo per un tempo prolungato e ha attribuito la causa di
questa sua “incapacità” alla costante e ossessiva presenza di Internet nella
sua vita. È ben chiaro che per uno scrittore come lui, una risorsa come il web
sia qualcosa di molto prezioso, che permette di ottimizzare il tempo, essere
più informato e costantemente a contatto con le persone, ma è proprio questa
continua e incessante presenza del web la causa del cambiamento delle sue
abitudini sia quotidiane che mentali.
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| (Nicholas Carr) |
Il titolo dell’articolo è un titolo forte
e accattivante, che pone un serio interrogativo e punta il dito contro il
motore di ricerce più utilizzato al mondo. Ha il suono di una sfida, quasi
di un affronto: un riscatto dell’intelligenza umana che si sente soffocata e
spenta dall’intelligenza digitale. L’incessante
navigazione, i salti da un link ad un altro avrebbero generato nelle nostre
menti, secondo Carr, una propensione all’apprendimento rapido di fatti e notizie, sottraendoci ad
ogni riflessione e collegamento interdisciplinare. Lo
scrittore afferma: “My mind now expects to take in information the way the Net
distributes it: in a swiftly moving stream of particles. Once I was a scuba
diver in the sea of words. Now I zip along the surface like a guy on a Jet Ski”
(La mia mente ora si aspetta di apprendere informazioni nel modo in cui la Rete
le distribuisce: in un flusso rapido e mobile di particelle. Una volta ero un subacqueo in un mare di
parole. Adesso sfreccio sulla superficie come un ragazzo su un Jet Ski).
La lettura sul web è
evidentemente diversa da quella su carta. Internet è una fonte inesauribile di
notizie diverse e la grande quantità genera curiosità e voglia di scoprire. Il
fatto che ogni giorno grazie ad Internet alleniamo il nostro cervello ad un certo tipo di attività
fa si che quest’ultimo si prepari a ricevere le notizie nella modalità in cui le apprende in rete anche quando non siamo collegati.
Per dimostrare la sua teoria lo
scrittore si rifà a studi e sodaggi scientifici e cita la psicologa della Tufts
University, Maryanne Wolf, la quale afferma: “We are not only what we read. We are how
we read”, turbata anche lei dalla crescente perdita di
concentrazione nella “deep reading”. A preoccupare
non è il cambiamento di un modo di
apprendere le cose, ma è ciò che ne consegue. La lettura approfondita, infatti, porta con sé introspezione, ragionamento, elaborazione interiore e
il collegamento di dati diversi, ma
quando siamo sul web, secondo la Wolf, siamo
solo “meri decodificatori di informazioni”, acquisiamo e basta, senza
soffermarci troppo sul contenuto.
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| (Maryanne Wolf) |
L’articolo prosegue con una sorta
di aneddoto su Nietzsche e il suo controverso rapporto con la macchina da
scrivere, a conferma che già tecnologie precedenti hanno influenzato la
struttura cognitiva dell’uomo e che quello del computer non è un caso isolato,
ma forse semplicemente più diffuso ed eclatante.
Con il cambiamento delle
abitudini e delle aspettative mentali di ciascuno, anche il prodotto che
l’utente va a consumare si è dovuto adattare a specifici standard e sottostare
a dei rinnovamenti. Per non soccombere alla capillarità di Internet i vecchi mezzi
di comunicazione hanno dovuto reinventare i loro prodotti e adattarsi ai nuovi gusti
dell’utente. Internet quindi da semplice prodotto, diventa motore e
promotore di cambiamenti e influenze, tanto da portare Carr ad esclamare: “it’s
reprogramming us!”. Naturalmente, se
teniamo conto del fatto che sotto la facciata dei motori di ricerca si cela
comunque un modello di business che si nutre delle nostre informazioni, risulta
semplice concludere che le compagnie economiche alla base del web non si
porranno mai come obiettivo ultimo quello di promuovere un modello di lettura
lenta e pacata. “It’s in their economic interest to drive us to distraction” ed è loro interesse fornirci più opportunità possibili e studiare
i dati ricavati dalle nostre scelte.
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| (Socrate) |
Dopo Nietzsche, Carr cita un
altro grande filosofo della storia, ma stavolta ne sceglie uno meno
contemporaneo, sebbene sorprendentemente attuale: Socrate. Di Socrate l’autore
riprende qualche passo contenuto nel Phedrus di Platone, nel quale il filosofo
greco si pronuncia contro lo sviluppo della scrittura. Quest’ultima, infatti, è
vista in maniera negativa, come escamotage per non sottoporre la mente allo sforzo del ricordo (e quindi del pensiero) e dipinge l’uomo che fa uso della scrittura come
qualcuno che pensa di essere “più intelligente, quando in realtà è solo per
gran parte ignorante”. Socrate, afferma Carr,
aveva ragione ad avere paura degli effetti collaterali di una nuova
tecnologia, ma è anche vero che non poteva immaginare l’enorme potere della
scrittura e il beneficio che questa avrebbe portato con la diffusione della conoscenza.
“Maybe I’m a worryman” ammette Carr, in quanto si rende conto che forse, come
altri, anche lui sta condannando troppo presto qualcosa che si rivelerà un beneficio per l’uomo (“Perhaps(…)from
our hyperactive, data-stoked minds will spring a golden age of intellectual
discovery and universal wisdom”) ma lo
scrittore rimane convinto del fatto che il ragionamento e l’introspezione siano
processi insostituibili per un costante sviluppo delle potenzialità mentali. A
fine articolo lasciamo Carr come l’abbiamo trovato: alle prese con le parole di
HAL e la sua sensazione crescente che “l’intelligenza umana si stia tramutando (assottigliandosi) in
quella artificiale”.
Maria Serena Ciaburri















