sabato 5 maggio 2012

Facebook incentiva la donazione degli organi!

Zuckerberg cropped
5 Maggio 2012

In una news recente (Ansa), si legge una novità sorprendente quanto interessante.

Mark Zuckerberg (Foto accanto), il giovane fondatore del colosso Facebook, ha introdotto nel suo social network la possibilità di inserire una informazione in più nel proprio profilo: se si è fatta la scelta di essere un donatore di organi.

Primo nel suo genere, è il caso di dire che quest'innovazione è un passo avanti sulla libertà di opinione e condivisione del proprio status sociale, già minato da molte possibilità sul Web. Chi dona, non lo fa per onore, o per farlo vedere al mondo attraverso il proprio profilo Facebook. Chi dona, lo fa perchè sente di volerlo fare, senza altri fini che non sia quello di far del bene.

C'è da dire però che questo servizio permette in qualche modo di rivoluzionare il concetto di "donazione anonima". Sarà infatti più facile risalire al donatore, ed eventualmente di procedere ad un compenso. Ma questo dipenderà dalle persone, e come tutti i servizi su Internet sarà giudicato solo da come gli utenti ne usufruiranno.

Mark dice di essere stato ispirato dalla morte di Steve Jobs, ex CEO di Apple, malato di cancro e vissuto qualche anno in più proprio grazie ad un trapianto di fegato. A questo proposito le sue parole sono:

“La sua storia è soltanto una delle tante storie di quelle persone che sono riuscite, grazie ad un trapianto, a rendere più lunga la propria vita ma al contempo sono estremamente grate a chi ha permesso loro di poterlo fare, ovvero i propri donatori di organi.”

La voce "donatore di organi" per ora è disponibile solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma si estenderà ben presto a tutto il globo, per aggiungersi così alla gran mole di dati che il Web raccoglie ogni giorno sulle nostre vite.

Mattia Corrente

DIBATTITO SULL'ECONOMIST: INTERNET STA RENDENDO IL GIORNALISMO MIGLIORE?

05/05/2012


Il 12 Luglio 2011 sul sito online dell’Economist è stato pubblicato un dibattito incentrato sull’influenza di Internet nel giornalismo. Il moderatore del dibattito era Tom Standage, il quale ha introdotto l’argomento esplicitando i temi principali, per poi lasciare la parola a Jay Rosen (a favore dell’utilizzo di Internet nell’informazione pubblica) e Nicholas Carr (che ha supportato la tesi contraria).
Nella presentazione del dibattito, Tom Standage  ha affermato che sebbene risulti impossibile giungere ad un giudizio netto sui cambiamenti che Internet ha apportato nel giornalismo, è comunque possibile verificare se l’evoluzione in questione abbia reso globalmente più forte o più debole il settore giornalistico. In un sintetico excursus sulle novità legate all’informazione, il digital editor dell’Economist, ha ricordato la possibilità di essere costantemente e globalmente informati,  la crescita della trasparenza del lavoro giornalistico e la nascita di nuovi modi di fare informazione. Ha evidenziato che la rete non è uno strumento “a senso unico”, in quanto oltre ad  apprendere notizie dal web vi è anche la possibilità di caricarne di nuove. “That is not to say that everyone is now a journalist, but it means that the chances of something important being captured by somebody at the scene are much higher” (questo non vuol dire che tutti siano giornalisti, ma che le possibilità che qualcosa di importante sia catturato da qualcuno sulla scena sono molto più alte).

Se però da un lato Internet ha fornito nuovi strumenti all’informazione, dall’altro sta ponendo fine al vecchio giornalismo. Questo è probabilmente l’aspetto che influenza meno il singolo utente nella sua quotidianità, perché riguarda le aziende giornalistiche, con la chiusura di imponenti testate e la crisi della carta stampata. La riduzione del capitale dei giornali cartacei porta ad una omologazione dell’informazione, in quanto, in mancanza di fondi, si preferisce puntare ad un ampliamento del mercato a discapito della qualità del servizio. I reportage approfonditi  necessitano, infatti, di tempo e una discreta disponibilità di risorse economiche.  La cosa peggiore, inoltre, è che “misurare l’impatto di questa perdita di  è quasi impossibile; per definizione, non si può sapere se una storia non può essere seguita ” per mancanza di fondi.
(Jan Rosen)

Passando al dibattito vero e proprio, il primo ad spiegare la propria opinione a riguardo è stato  Jay Rosen, il quale, già in apertura,  ha espresso la ferma convinzione che secondo lui Internet stia rendendo migliore il giornalismo.  Pur essendo consapevole dell’esistenza di aspetti negativi legati all’entrata del web nel mondo giornalistico, il professore della New York University ha preferito focalizzarsi sugli aspetti positivi riassumendoli in dieci punti. Tra questi, oltre alla facilità con cui è possibile diffondere una notizia, vi era la crescente possibilità di una informazione interattiva.  Secondo Rosen, infatti, il giornalismo è uno di quei settori che trae beneficio dall'avere un pubblico attivo e partecipe.
(Nicholas Carr)

Una volta concluso il primo intervento, a prendere la parola è stata la “parte avversa”: Nicholas Carr si è concentrato sul lento declino della qualità giornalistica, accompagnato dalla riduzione di posti di lavoro. Ha affermato infatti:  “se possiamo concordare sul fatto che Internet, alterando l’economia di fondo del news business, abbia ristretto i livelli del giornalismo professionale, allora la domanda da porsi è diretta: ha creato altri modelli di informazione per colmare il divario? La risposta, ahimè, è egualmente diretta: no". Perciò, sebbene non sia escluso che in futuro le organizzazioni giornalistiche possano essere in grado (guadagnando più soldi online ) di riportare il giornalismo al suo rigore, attualmente, conclude Carr, la rete ha danneggiato il giornalismo piuttosto che aiutarlo”.

Il dibattito è continuato per dieci giorni e durante questo periodo di tempo era possibile entrare sul sito dell’Economist e votare o lasciare un commento. I risultati finali hanno decretato vincitore Jan Rosen con il 69 % dei voti.
 Maria Serena Ciaburri




martedì 1 maggio 2012

Come parlerà la rete ?

 01-05-2012


Che lingua parla il web?
Inglese, ma ancora per poco. Secondo una ricerca diffusa ieri dal colosso delle traduzioni on line «Smartling» alla fine del 2011 il 27% dei contenuti che si trovavano su Internet era scritto in inglese e il 24% in cinese. Ma il Dragone ha messo il turbo anche nel campo del digitale e in meno di due anni il cinese diventerà la lingua più diffusa in rete. Un traguardo difficile da pronosticare: dieci anni fa era sotto il 9%.

E le altre lingue?
Al terzo posto c’è il giapponese, in netto calo, poi lo spagnolo e il tedesco. Solo il 3% dei contenuti è scritto in arabo. L’Italia è all’ultimo posto tra i Paesi del G8, con il 2%.

Quanto è diffuso Internet?
Secondo un rapporto curato dall’Onu almeno 2 miliardi di persone usano il web. Negli ultimi dodici anni il numero di utenti è esploso: nei primi mesi del 2000 erano solo 250 milioni. I siti più cliccati sono Google, Facebook, Yahoo e Youtube.   



 Come si spiega il boom cinese?
I cinesi sono sempre più affamati di tecnologia. A gennaio Apple è stata costretta a sospendere le vendite dell’ultimo modello di iPhone per evitare problemi di ordine pubblico. Secondo i dati del «China Internet Network Information Center» la Cina ha superato la cifra record di 500 milioni di connessioni: lo scorso anno l’incremento è stato del 12%. Da segnalare il boom degli accessi da dispositivi mobili e dalle aree rurali, che hanno registrato rispettivamente un balzo del 17,5% e dell’8,9%.

Quali sono i siti più visitati in Cina?

In testa alla classifica c’è Baidu, il Google cinese, un motore di ricerca utilizzato da oltre 400 milioni di utenti. Fondato nel 2000, nel 2007 ha raggiunto un traguardo storico: è stato il primo gruppo cinese ad essere incluso nell’indice Nasdaq.

E i social network?
Il più in voga è Weibo, servizio di microblogging del portale Sina.com, molto simile a Twitter. Dal mese scorso, però, i controlli si sono fatti più stringenti e i cybernauti sono costretti ad autenticarsi con nome e documento di identità. Ma ogni tanto anche la censura si allenta. Ieri, in alcune aree del Paese, è stato accessibile anche Facebook, che potrebbe sfruttare l’acquisizione di Instagram - già disponibile in cinese - per superare le barriere imposte dal governo.

Nell’ultimo rapporto sulla rete “Reporters Senza Frontiere” parla di “emergenza Cina”: perché?
La rete, grazie alla sua libertà, è il luogo privilegiato per attivisti e dissidenti, e il governo ha stretto la morsa. Nel tentativo di combattere le «voci» che si diffondono su Internet, Pechino il mese scorso ha chiuso 42 siti. L’allarme sulla cyber-repressione è stato lanciato anche dal co-fondatore di Google Sergey Brin: «Ci sono forze molto potenti - ha detto in un’intervista al Guardian - che si sono schierate contro Internet, su tutti i fronti e in tutto il mondo».

Qual è la lingua perfetta per il web?
Secondo l’Economist le lingue più brevi e incisive sono il cinese e l’arabo che, rispetto all’inglese, risparmiano rispettivamente il 69% e il 14% di spazio per scrivere lo stesso testo. Sul web utilizzare poco spazio è fondamentale, soprattutto sui social network come Twitter, che accetta messaggi lunghi al massimo 140 caratteri. Twitter, scrive l’Economist, sta diventando importante anche per salvare le lingue in via di estinzione: molte persone che parlano basco o gaelico utilizzano il web per comunicare e tra le centinaia di migliaia di profili attivi c’è n’è uno che «twitta» in kamilaroi, una particolare lingua degli aborigeni australiani che oggi viene parlata solo da tre persone.

Davvero il web sta modificando la lingua?
Sì, soprattutto nei Paesi anglosassoni. Waterstone’s, la maggiore catena di librerie del Regno Unito, ha deciso di abolire il genitivo sassone dalle sue insegne, rinunciando all’apostrofo e diventando Waterstones. La scelta è stata così motivata: la parola è più semplice da trovare sui motori di ricerca.

Come si fa a risparmiare spazio?
La maggior parte degli utenti si affida agli emoticons, simboli grafici che raffigurano le espressioni facciali. Molto usati tra gli adolescenti, da qualche anno sono entrati anche nel lessico comune.

Si può tradurre una pagina web?
Sì. Il servizio più utilizzato, nonostante presenti ancora molte limitazioni, si chiama Google Translate e permette di tradurre qualsiasi sito internet. Translate si basa su un algoritmo sviluppato dagli ingegneri di Mountain View, che lo aggiornano continuamente, ed è completamente gratuito.



Fonte : La Stampa ( Torino, 27 aprile 2012, articolo a cura di Giuseppe Bottero )


E voi cosa ne pensate ? In un futuro prossimo parleremo tutti cinese e inglese o riusciremo a salvare la nostra lunga, complicatae preziosa lingua ?          






  
                                                                                                                                      Matteo Colombino

venerdì 27 aprile 2012

La crescita italiana nel digitale


27 Aprile 2012

E' luogo comune pensare che il Belpaese sia molto arretrato in fatto di tecnologie ed innovazione. Ma una recente ricerca dell’Osservatorio New Media & New Internet del Politecnico di Milano ha messo in luce un fattore positivo da questo punto di vista: tutto ciò che riguarda il Web 2.0, concepito come possibilità di rimanere connessi con tutto il mondo, è in gran crescita in Italia.

Smartphone, tablet, social network costituiscono infatti i nuovi media digitali di tendenza, utilizzati sempre da un maggior numero di persone. Tutto ciò che concerne la mobilità quindi: non più utenti che si rintanano in casa per passare del tempo sui social network, ma rimanere informati sul mondo rimanendo cittadini dello stesso. "Andando quindi sempre di più ad abbattere le frontiere del digital divide".

Tutto ciò si ripercuote sulla nostra nazione in modo esponenziale: cambiano le redazioni giornalistiche, "costrette" ad approdare in Rete per non perdere il proprio monopolio sull'informazione; la gente si sente parte di un qualcosa di immenso, qual è il Web stesso; le nostre azioni diventano sempre più social, ovvero sentiamo il bisogno di condividere le nostre sensazioni con chi ci segue su qualche servizio, che sia Twitter o il famigerato Facebook.

Abbiamo gli strumenti necessari per rimanere informati su ciò che ci circonda, senza perdere il tempo ad andare a comprare il giornale. Forse qualcuno sarà legato alla tradizione, ma l'Italia sta dimostrando di poter andare nella direzione di tutti gli altri Paesi: l'innovazione.

Fonte: Geekissimo

Mattia Corrente

giovedì 26 aprile 2012

PULITZER 2012: L’ASSENZA DEI ROMANZI E LA PRESENZA DEL WEB

26 Aprile 2012
Resi  pubblici i nomi dei vincitori del premio Pulitzer 2012 o, come viene chiamato da alcuni, dell’oscar per il giornalismo.  A sorprendere sono state la mancata assegnazione del premio per la narrativa (il quale non riceveva un “No award” da 35 anni) e la duplice vittoria della rete. Per la categoria Fiction erano in lizza “Train Dream” di Denis Johnson, “Swamplandia” di Karen Russel e “The Pale King” di David Foster Wallace, ma nessuno dei tre autori finalisti è stato ritenuto meritevole di ricevere il 
premio da 10mila dollari.

 Per quanto riguarda la sezione giornalistica, invece, sia il premio Editorial Cartoning che quello National Reporting sono stati assegnati a giornali online. Il primo è andato a David Wood, giornalista dell’Huffington Post, per il suo repotage sui veterani di guerra americani. In dieci articoli, raccolti sotto il nome di “Beyond the Battlefield”,  Wood  indaga e analizza la vita dopo la guerra, il ritorno a quella che a volte diventa impossibile chiamare normalità. Tra mutilazioni e disagi sociali, il giornalista cerca di far emergere in che modo, con gli aiuti giusti, sia possibile rendere meno doloroso il reintegro dei soldati nella quotidianità. Arianna Huffington, fondatrice (nel 2005) del log vincitore , ha così commentato la vittoria: “Siamo davvero grati per questo premio, che rappresenta il culmine della carriera di David Wood e la conferma che il grande giornalismo si sta affermando in maniera vigorosa anche sul web”.

(David Wood)
Il secondo dei premi citati è andato invece a Matt Wuerkervignettista per il Politico. I lavori di Wuerker sono tutti ritratti satirici della situazione politico-economica statunitense. Sul sito Pulitzer.org le sue vignette sono state definite “consistently fresh, funny cartoons” (consistentemente fresche e divertenti). John Harris, executive editor del Politico.com (fondato nel 2007), orgoglioso del premio, ha così commentato: “He knows that politics is serious stuff,…but he also knows that   covering politics and telling the story of politics should be a hell of a lot of fun. Nobody’s having more fun in this business than Matt Wuerker”(Sa che la politica è una cosa seria, ma sa anche che accantonare la politica e raccontare la storia dei politici potrebbe essere molto più divertente. Nessuno nel suo lavoro si diverte di più  di Matt Wuerker).

(Matt Wuerker)
Il New York Times, dopo aver ritirato ben due premi quest’anno (quelli per le sezioni Explanatory Reporting e International Reporting), ha descritto la decisione della Columbia University come “un segno del cambiamento dei panorama dei media”. Non è la prima volta che una testata online riceve un oscar al giornalismo (era giù successo con ProPublica nel 2010 e nel 2011), ma di sicuro le recenti decisioni della giuria Pulitzer riconfermano un’apertura meritata verso il web che molti attendevano da tempo.

Maria Serena Ciaburri 

lunedì 23 aprile 2012

La voce del mondo

Per noi aprire,gestire e utilizzare i blog è davvero facile , ma non per tutti è cosi ! Infatti  non tutti hanno la fortuna di abitare in paesi dove la libertà di espressione è un diritto inviolabile .
E qui entra in scena Global Voices Onlineun progetto globale senza fini di lucro centrato sui citizen media, ideato presso il Berkman Center for Internet and Society della Harvard University (Boston, USA), gruppo accademico di ricerca sul rapporto tra Internet e società (dall'autunno 2008 Global Voices opera in maniera indipendente, registrato come ente non-profit in Olanda).

Global Voices ha l'obiettivo di aggregare, far conoscere e amplificare la conversazione globale che avviene online - mettendo in evidenza luoghi e persone che gli altri media spesso ignorano. Lavorano per sviluppare strumenti, istituzioni e relazioni onde consentire a tutte quelle voci di poter essere ascoltate ovunque.

Gli obbiettivi di questo progetto sono :
1) Richiamare l'attenzione sulle conversazioni più interessanti e sulle prospettive che emergono dai citizen media in tutto il mondo, segnalando testi, foto, podcast, video e altre forme di espressione alla portata dei cittadini di ogni parte del mondo.
2) Facilitare l'emergere di nuove voci attraverso la formazione, i corsi online e il ricorso a strumenti gratuiti e open source capaci di consentire a chiunque di esprimersi, utilizzandoli in maniera efficace e consapevole.
3) Difendere la libertà di espressione nel mondo e tutelare il diritto dei citizen journalist a raccontare eventi ed esprimere opinioni senza timore di persecuzioni o censure.
Global Voices Online ha anche avviato progetti per migliorare il loro servizio :
Global Voices Advocacy: programma per permettere alle persone di esprimersi laddove la loro voce online viene censurata.
Rising Voices: per dare voce a specifiche comunità marginalizzate grazie ai citizen media.
Progetto Lingua: le notizie di Global Voices vengono poi tradotte in oltre 18 lingue diverse da traduttori volontari.
Insomma Global Voices credono nella libertà d'espressione: nella difesa del diritto a parlare, e anche ad ascoltare, crediamo nell'accesso universale agli strumenti di discussione.              Puntando a quest'obiettivo, forniscono a chiunque voglia esprimersi i mezzi per farlo, e al tempo stesso offrono gli strumenti adatti a chiunque voglia prestare ascolto a queste voci.
se vuoi sostenerlo come facciamo noi vai qui :http://it.globalvoicesonline.org/about/aiutateci/


                                                                                                                                      Matteo Colombino

sabato 21 aprile 2012

Come il web ci cambia la mente

21 Aprile 2012

Avete mai riflettuto su quali conseguenze subiremo nel corso della rivoluzione digitale?
Vi siete mai chiesti se saremo più intelligenti o più stupidi, grazie al Web del futuro?

Ci ha riflettuto su il linguista Raffaele Simone, nel suo libro "La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo". Lo ha intervistato Paola Rizzi in un articolo su metronews.it.

Quello su cui il professore si sofferma, è il cambiamento dei contenuti che il nostro cervello (e la nostra curiosità) acquisisce. Ovvero, si è passati dal leggere interi libri, "pochi ma buoni", ad avere oggi tutto il necessario sul web per informarsi ed imparare. Ma in quest'ultimo caso quello che facciamo è leggere piccoli articoli, dissolvere quindi più facilmente la concentrazione e di conseguenza anche la memoria.

"Stiamo guadagnando in velocità delle operazioni e ampiezza dei riferimenti a cui possiamo accedere...Si perde il concetto di autorevolezza e di garanzia delle fonti."

Con queste parole, denigra il concetto di "opera collettiva", perchè non garantita, non controllata.

Potendo dare una mia opinione personale, l'"opera collettiva" è sì rischiosa, ma porta notevoli vantaggi quali: la possibilità di confrontarsi ed arrivare ad una conclusione equa, l'ampiezza maggiore della ricerca delle fonti, la possibilità di divulgare facilmente e gratuitamente a tutti la conoscenza.

Quello che ha di veramente interessante questo articolo è la riflessione su come la nostra mente stia cambiando. Ci siamo abituati a digitare sui motori di ricerca le parole di cui non conosciamo il significato, le informazioni che vogliamo conoscere in tempo reale o il luogo che vogliamo visitare.

Si è persa sicuramente una tradizionale visione della conoscenza, vista come lettura di libri riguardanti un argomento specifico, ma si è guadagnata un più ampio spettro di informazioni (da verificare ovviamente), che grazie a collegamenti vari ci portano ad essere più propensi a conoscere piuttosto che a memorizzare.

A questo proposito vorrei invitarvi a rispondere ad un sondaggio sull'argomento, che trovate in homepage sulla sinistra.


Mattia Corrente

giovedì 19 aprile 2012

Il buon giornalismo a 99 cents


Kickstarter è una piattaforma online che offre la possibilità agli utenti di condividere con altri le proprie idee progettuali e di raccogliere fondi per realizzarle. La forza della piattaforma si basa sulla pubblicizzazione dell’idea che si vuole realizzare e lo stabilimento di un range di tempo massimo nel quale è possibile raccogliere online fondi per il raggiungimento del budget prefissato.   
Tra i tanti progetti nati grazie alla vetrina Kickstarter se ne distingue uno particolarmente interessante: MATTER. I suoi creatori sono Bobbie Johnson e Jim Giles, due reporters freelance impegnati in testate come Wired UK e The Guardian (il primo) e il New York Times e New Scientist (il secondo). Lavorando in  ambienti così stimolanti, i due giornalisti  vivono costantemente sulla loro pelle la crisi della carta stampata e la progressiva riduzione di “meaty news” (notizie sostanziose). Indagando nel loro ambiente,  si accorgono di non essere i soli a vedere del potenziale nella rete Internet e a volere dal giornalismo (e da se stessi) qualcosa in più. Preoccupati che la pubblicità che sostiene i giornali stia assumendo il ruolo da protagonista che spetta di diritto alle notizie, optano per un ritorno alla purezza del “long-form journalism”, ma in maniera del tutto innovativa.
Bobbie e Jim sono convinti del fatto che “il mondo sia pieno di storie, storie sulla scienza, la tecnologia, l’economia, l’ambiente e il futuro, ma che alcune di queste non vengano dette” in quanto il giornalismo è costretto da leggi economiche sempre più pressanti. Ed ecco l’idea: perché non rendere disponibili queste storie direttamente in rete, creando un giornalismo di qualità autofinanziato? Il progetto, che ha preso il nome di Matter, prevede che ogni settimana venga pubblicata online, da parte di giornalisti esperti, “Just one unmissable story” ("una sola imperdibile storia"), curata nei minimi dettagli, su temi scientifici, tecnologici o su argomenti normalmente tralasciati. 
"Stiamo costruendo Matter per i lettori, non per i pubblicitari," sostengono Bobbie e Jim, "il buon giornalismo non è economico: richiede tempo e soldi affinchè i grandi reporters facciano del loro meglio. Questo significa che dobbiamo pagare. Ma non molto: circa 99 cents a storia. E' un esperimento per vedere se il giornalismo indipendente, fatto bene, può colmare il vuoto lasciato dai mezzi di comunicazione tradizionali".
(Bobbie Johnson)
Ma il progetto, oltre al denaro necessario per autosostenersi, ha bisogno di fondi iniziali per autogenerarsi, fondi che però mancano ai due giornalisti freelance. Così, afferma Jim Giles, si sono chiesti: what we can do rather than sit back and complain, to fix this?” ("Che cosa possiamo fare, invece che restare seduti e lamentarci, per risolvere tutto questo?"). Ebbene, i due hanno proposto il loro progetto sulla piattaforma Kickstarter, presentando Matter come la possibilità di ottenere del buon giornalismo, con la sola garanzia dei loro curricula e con la speranza che accompagna ogni idea nascente.

Bobbie e Jim, prefissandosi un target di $ 50 000 da raggiungere in un mese, sono stati felici (e increduli) di  aver raggiunto l'obiettivo in sole 38 ore. Le donazioni sono continuate e il 24 Marzo scorso i due reporters hanno raccolto la cifra finale di $ 140,201, dichiarando sulla piattaforma Kickstarter: "La risposta avura da tutti voi lì fuori è andata ben oltre i nostri sogni più impensabili".
Nata come una necessità ristretta, avvertita solo in ambito giornalistico, Matter si è così rivelata un'esigenza comune, avvertita da una buona fetta della popolazione stanca di un'informazione poco informativa.  A firmare gli articoli targati Matter al fianco di Bobbie e Jim ci sono esperti del settore con background molto solidi: dal New Yorker al National Geographic e dal Washington Post  all’Economist.
"Non stiamo dicendo che questa sia un'enorme rivoluzione che sta cambiando l'universo", affermano i due reporters, "ma pensiamo che ci sia abbastanza mercato per quello che stiamo facendo... Pensiamo di poter fornire il supporto che serve e di poterlo fare in un modo che forse potrà in piccola parte aiutare il giornalismo, forse possiamo aiutare le persone a pensare un pò più in grande su come possono produrre materiale in futuro."

Maria Serena Ciaburri



martedì 17 aprile 2012

Treat or Trick ?


ogni domenica il giornale La Stampa dedica la sua ultima pagina a notizie scalzate dall'attualità e da altre storie, ma molte (fidatevi) meritano una seconda chance , come questa che ho letto la scorsa domenica


Londra, hacker ragazzino beffa l'antiterrorismo


Il capo del team poison, avvelenatori di computer, è un ragazzino di 17 anni, un inglese musulmano che si fa chiamare TriCk (trucco).La sua squadra di hacker è fatta da minorenni e il loro obiettivo è aggredire i palazzi del potere.
<<Non esiste un governo che ci possa fermare>>.
Hanno attaccato la Nato, Facebook e la English Defence League.
Si intrufolano, bloccano i programmi, portano via file, poi fanno i bulli su YouTube. Si filmano incappuciati. Non è uno scherzo, è una cosa che fa sempre più paura.Sfidano il mondo con le armi del terzo millenio.
L'ultimo bersaglio è stata la linea calda dei servizi britannici contro il terrorismo.
Paralizzata per 24 ore.




Trick ha fatto anche lo smergiasso con i giornali <<Per fregarli basta essere esperti di phreaking>>.
Una crasi pericolosa che mette assieme telephone e freak (persona bizzara), una sorta di peste da geek.
Significa: manipolare un sistema telefonico.
<<Un gioco da ragazzi>> che inquieta gli adulti.
Scotland Yard prima ha precisato, che nessun sistema interno è stato violato, che nessuna informazione sensibile è stata carpita, poi è andata a prendere TriCk a casa e l'ha portato in galera.
Non si è più bambini quando si gioca così. E anche la polizia adesso sa come catturare i fantasmi.


                                                                                                                                         Andrea Malaguti
                                                                                                              La Stampa, 15 aprile 2012, Torino



Qui potete trovare qualche informazione in più su questi "compagni di merende"
http://www.securitynewsdaily.com/1727-team-poison-hackers-taunt-uk-anti-terrorism-agency.html
http://www.freedominfonetwork.org/profiles/blogs/team-poison-hackers-claim-to-have-recorded-anti-terrorist-hotline
http://www.v3.co.uk/v3-uk/news/2167934/team-poison-hackers-threaten-authorities-leaders-arrest
mi dispiace ma ho solo trovato siti in inglese , in italiano non si trova nulla ...
Comunque per chi vorrebbe notizie direttamente dalla fonte, il leader del gruppo ha un account Twitter (https://twitter.com/#!/_teamp0ison) anche se dubito che adesso in carcere gli daranno la possibiltà di usarlo...


                                                                                                                                      Matteo Colombino

sabato 14 aprile 2012

Anche le foto possono denunciare

L'informazione può essere trasmessa anche attraverso le immagini ?
Ebbene si ! Un esempio di ciò è il grande fotoreporter Steve McCurry, che si è distinto particolarmente dai suoi colleghi, non soltanto per le sue foto, ma per le imprese da lui sostenute .


La sua carriera è stata lanciata quando, travestito con abiti tradizionali, ha attraversato il confine tra il Pakistan e l'Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell'invasione russa.
Quando tornò indietro, portò con sé rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti.
Quelle immagini, che sono state pubblicate in tutto il mondo, sono state tra le prime a mostrare il conflitto al mondo intero.



Il suo servizio ha vinto la Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, un premio assegnato a fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese.
McCurry ha poi continuato a fotografare i conflitti internazionali, tra cui le guerre in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo.
Il lavoro di McCurry è stato descritto nelle riviste di tutto il mondo e contribuisce sovente al National Geographic Magazine.
McCurry è membro della Magnum Photos dal 1986.
Egli è il destinatario di numerosi premi, tra cui il Magazine Photographer of the Year, assegnato dalla National Press Photographers’ Association.
Lo stesso anno ha vinto per il quarto anno consecutivo il primo premio al concorso World Press Photo Contest. Ha vinto inoltre l'Olivier Rebbot Memorial Award per due volte.
McCurry si concentra sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano.
Egli è guidato da una curiosità innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacità di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana.

"La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l'anima più genuina, in cui l'esperienza s'imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell'essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità".

A roma è stata allestita una mostra dedicata a questo grande personaggio che raccoglie oltre 200 fotografie selezionate dal suo vasto repertorio frutto di oltre 30 anni di straordinaria carriera di fotografo e di reporter  ( ci sono stato , una bellissima mostra !!!)

Ma per chi non riesce ad andarci, sul sito ufficiale di Steve McCurry si possono vedere tutte le sue fotografie comodamente dal computer , anche se per esperienza posso dire che vederle dal vivo nella mostra sono ancora più incredibili e toccanti  .

Link:
Per vedere le foto : http://stevemccurry.com/
Altre notizie su Steve McCurry: http://it.wikipedia.org/wiki/Steve_McCurry;                                                             http://www.lucidistorte.it/blog/fotografia/i-grandi-fotografi-steve-mccurry/;
Informazioni per la mostra : http://www.stevemccurryroma.it/home.php

consiglio anche questo sito che collega  gli argomenti della fotografia e  della informazione : http://www.fotoinfo.net/






                                                                                                                                      Matteo Colombino