Il nostro Paese sembra non voler accettare l'innovazione almeno in quei settori dove il "tradizionale" continua ancora a rimanere ben saldo. Si parla di scuola stavolta, ed una recente ricerca Ipsos rivela che a trainare questa mini rivoluzione siano soprattutto i più piccoli. I dati dicono infatti che circa il 79% degli studenti usa il web per i compiti a casa, seguito da un 60% che si connette per tenersi in contatto con gli altri. Qui (repubblica.it) potete trovare tutti i dati della ricerca (se non doveste vedere le tabelle, questa è la versione in pdf).
Di contro però, le cause dell'arretratezza tecnologica della scuola italiana vengono imputate da Alfonso Molina, direttore scientifico della Fondazione Mondo Digitale al fatto che:
«Gli altri paesi europei stanno investendo sulla tecnologia digitale a scuola da 15 anni. L’Italia non solo è indietro nelle dotazioni - e dove le ha sono obsolete - ma è indietro nella testa». (Metronews.it)
Oltre all'analfabetizzazione digitale dei docenti, va tenuto conto soprattutto la tradizionalità caratteristica del settore scolastico. L'e-book per esempio stenta a decollare come sostituto dei classici libri di carta, che permettono una più facile e meno stancante lettura sicuramente, ma viceversa hanno prezzi elevati e sono privi di un'interattività che sarebbe molto utile nell'apprendimento dei più giovani.
Ma l'apprendimento del digitale non basta, secondo Molina, a risolvere i problemi della scuola italiana.
«Senza lo sviluppo completo della persona non si acquisiscono le competenze per la vita». A. Molina
I mass media e i mezzi di comunicazione , oggi giorno, stanno influenzando direttamente o indirettamente la vita quotidiana di ognuno di noi.
A questa ondata di informazioni le persone reagiscono in maniera differente, da chi ignora tutto e si chiude nel suo piccolo mondo a chi prende ogni parola come "oro colato" , da chi cerca di farsi pubblicità in ogni maniera a chi preferisce sapere le ultime notizie in fatto di gossip dal parrucchiere.
Ma ci si è mai chiesti cosa ne pensano gli artisti di questo fenomeno ?
La fondazione Sandretto Re Baudengo ha provato a rispondere a questa domanda presentando la mostra " Press Play. L'arte e i mezzi dell'informazione " una mostra che vuole spiegare il punto di vista degli artisti su questa società dove le persone sono bombardate da informazioni, immagini, video ventiquattro ore su ventiquattro.
Gli artisti non danno un giudizio sulla società odierna, ma ci vogliono insegnare come interrogare le realtà di oggi , dare dei criteri per giudicare i fatti di cronaca e selezionare e saper riconoscere le vere notizie .
Le opere dei sedici artisti della mostra sono arroganti, provocatorie e di forte impatto, proprio perchè vogliono mettere come soggetto del loro lavoro non l'opera in se, ma lo spettatore che deve indagare sulla veridicità delle informazioni. Quindi i protagosti della mostra siamo noi, pubblico ,poichè gli artisti ci danno soltanto uno spunto da cui deve partire una riflessione più profonda e personale.
Matteo Colombino
Press Play: l'informazione in mostra
L’informazione e l’arte sono due branche della cultura che
inducono al ragionamento e allargano l’orizzonte del pensiero. La prima è
quotidianamente presente nelle nostre vite: ci aggiorna sull’andamento del
mondo, ci porta involontariamente a porci delle domande su quello che capita
intorno a noi ed è caratterizzata dall’immediatezza, dalla riproduzione
dell’accaduto in tempo reale; la seconda, invece, ha più un carattere
“elitario”, ha un’anima più profonda collegata alla complessità della visione umana
e, avendo un tempo di metabolizzazione più lento, induce a riflessioni meno
ordinarie.
(Giardino Fergat, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo-Torino)
Quando l’arte fa dell’informazione il suo oggetto di
rappresentazione nasce una domanda: che relazione c’è tra noi e i mass media?
Quando la stessa domanda viene posta da più artisti, o quando più persone
cercano di tradurre in arte la propria risposta, ecco che ne nasce una mostra:
“Press Play”. Le sale dellaFondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino hanno
infatti ospitato fino al 6 Maggio i vari modi in cui 16 artisti da tutto il
mondo hanno cercato di interpretare la
relazione tra la società e i mass media. Tra i nomi autorevoli della mostra si
riconoscono il torinese Alessandro Quaranta, lo sfrontato Jon Kessler ed il celebre Steve Mc Queen.
Le visioni artistiche che vengono fuori dalla mostra sono le
più varie, anche perché le modalità di interpretazione sono differenti: una
serie di artisti ha, ad esempio, focalizzato l’attenzione sulla nascita di una
notizia, il suo sviluppo nell’apparato mediatico e il suo impatto sulla
società; l’altra fetta, invece, ha preferito servirsi degli stumenti di
divulgazione delle informazioni, per stravolgerne i canoni e renderli arte.
Tra le opere in mostra sicuramente una delle più interessanti
e dirette è l’istallazione di Thomas Hirschhorn. Consapevole che la libertà di
un artista è notevolmente maggiore rispetto a quella di un giornalista, l’artista
svizzero ha utilizzato delle foto censurate per realizzare una sorta di vetrina
in cui una serie di manichini mutilati mettono lo spettatore davanti a se
stesso e al suo rapporto con la realtà. Ingrowth, questo il titolo dell’opera, pone
lo spettatore davanti alla sua capacità di osservare il reale senza censura e
senza filtri.
(Ingrowth, Thomas Hirschhorn)
Un’altra opera che mette alla prova la capacità di osservare
gli eventi e, in particolare, il modo in cui questi vengono resi giornalisticamente
è “9/12 Frontpage” di Hans-Peter Feldmann. L’artista affianca su un’unica
parete 150 testate dei più importanti quotindiani di tutto il mondo datate 12
settembre 2001, il giorno dopo l’attentato alle torri gemelle. Pur essendo
frutto di culture diverse ed essendo scritte in lingue differenti, le pagine si somigliano per la tragicità di immagini e
per i toni apocalittici. L’opera celebra fulmineamente il dominio dell’immagine
e l’immediatezza della parola scritta.
(9/12 Frontpage, Hans-Peter Feldmann)
Tra le opere in mostra vi è anche una rappresentazione della
realtà italiana vista dall’occhio critico del siciliano Alessandro Gagliardo
che va sotto il nome di “Palinsesto, nota complessa”. L’opera in questione è
una raccolta di immagini, un percorso molto personale sul cambiamento dei
contenuti della televisione italiana e dei suoi fruitori. L’autore rende
pubblica la sua opinione, non si pone da semplice osservatore esterno, non si
accontenta di mettere in tavola una questione e farla sviluppare al fruitore
dell’opera. Con una sottolineatura piuttosto marcata rende il suo pensiero e
delinea la sua opinione grazie alla scelta di immagini e materiale d’archivio
posti lungo una parete: è quello il suo giudizio, la sua visione sulla vicenda
maturata negli anni. L’osservatore deve solo prenderne atto, e semmai decidere
se essere in accordo o in disaccordo.
Lo sviluppo tecnologico di ogni era porta con sè tanti aspetti negativi, perchè aumenta le potenzialità dell'uomo che vuole prevalere sugli altri, ma allo stesso tempo può permettere un controllo maggiore sui diritti vitali della persona. Tutto questo dipende ovviamente dalla coscienza di chi possiede queste conoscenze.
In buona fede è sicuramente l'operato diDaniel Stauffacher, Presidente della ICT for Peace Foundation ed ex Ambasciatore della Svizzera presso le Nazioni Unite, che terrà un importante discorso a Ginevra, in occasione del World Summit on the Information Society (WSIS). A questo indirizzo potete trovare un'intervista nella quale descrive gli obiettivi che la sua organizzazione si prefigge.
Per quanto riguarda il Summit, verranno descritte le Tecnologie per l’Informazione e la Comunicazione (TIC) a servizio della pace: ovvero degli strumenti atti a migliorare il controllo sulle popolazioni in difficoltà, sulle situazioni di crisi e sui monitoraggi di migliaia di dati riferiti a questioni importanti di Stato.
Una rivoluzione digitale in senso positivo stavolta, che va a sovrascrivere pezzi di storia che hanno sempre manifestato il lato negativo dello sviluppo tecnologico. I nuovi media sono diventati i "Social Media", le guerre si combattono per il predominio tecnologico, lo sviluppo dello stesso ora implica anche un uso pacifico da parte di chi si prende carico di questa "responsabilità".
Credo che tutti nell'arco dei propri studi abbia avuto a che fare in classe con un bullo, una persona altamente fastidiosa che ti fregava la merenda ai tempi dell'elementari o che usava un linguaggio altamente volgare alle superiori, ma il problema si risolveva facilmente perchè una volta finita la lezione si poteva tornare a casa sani e salvi o almeno per me era così fino a quando furono inventati i social network e allora il termine bullo si è evoluto in cyberbullo .
Ma cosa vuole significare questa strana parola ?
Il cyberbullismo è il termine che indica atti di bullismo e di molestia effettuati tramite mezzi elettronici come l'e-mail, la messaggistica istantanea, i blog, i telefoni cellulari, i cercapersone, i siti web e i social network ( definizione wikipedia ).
In internet non si può fare e dire tutto quello che si vuole, si sono fatte delle leggi non per limitare la nostra libertà, ma per garantire i nostri diritti, ad esempio in Canada è un crimine pubblicare e diffondere messaggi pensati per insultare o ferire una persona .
Il cyberbullismo è un fenomeno che sta per superare il bullismo reale per una svariata serie di ragioni, ma le più importanti sono l'anonimato e l'assenza di limiti .
Il fatto di non essere identificati e difficilmente rintracciabili sembra essere la causa più diffusa di questo fenomeno, peccato che ogni messaggio lasci delle tracce, quindi risalire all'origine non è un'impresa difficile .
L'assenza di limiti ha un molteplice significato : dall'assenza di un luogo reale dove avviene l'aggressione al fatto che su internet si può dire tutto in tranquillità, ma questa tranquillità è solo illusoria perchè ci possono essere ritorsioni anche abbastanza gravi, le leggi applicate al mondo reale sono le stesse nel mondo virtuale come ci fa capire questo filmato :
Avere una stima precisa di chi ha subito il cyberbullismo è un impresa ardua da definire a causa di differenze culturali e sociali che ci sono nei vari paesi, ma in Italia si parla di 14% nelle scuole medie e di 16% nelle scuole superiori ( studio fatto su 1047 studenti ) .
La pericolosità di questi gesti non sta solo nell'aggressione in se, ma anche su fatto che le calunnie, essendo in rete, possono essere viste da chiunque che fa soltanto che peggiorare la situazione perchè attacca la vittima nella sua comunità virtuale .
Il cyberbullismo va a infrangere ben quattro articoli del codice penale ( art.600-610-612-612bis ) e a violare la legge 547/93 per reati contro la privacy, quindi fate attenzioni cyberbulli che il vostro comportamento può avere grosse ritorsioni !
Dalla nascita di Internet centinaia di nuove parole sono entrate a far parte del nostro
dizionario. La connessione globale ci permette giornalmente di entrare in
contatto con tante lingue diverse e tutto ciò influenza naturalmente il nostro
idioma. Attualmente le lingue parlate nel mondo sono circa 6000 e di queste la
metà rischia di scomparire entro la fine del secolo secondo le ultime stime Unesco.
Distribuzione delle lingue più diffuse al mondo
Sebbene Internet abbia in qualche modo affermato l’inglese come
lingua globale, ci sono esempi sul web che dimostrano come le nuove tecnologie
possano in qualche modo recuperare i resti delle lingue in via di estinzione.
Uno degli esempi è il sitoLive And Tell creato da Biagio Arobba, una piattaforma sulla quale è possibile
condividere testi, foto e audio che testimoniano la presenza di alcuni idiomi e
l’unicità di alcuni suoni. Il sito funziona come un social network e grazie
all’attività e alla creatività degli utenti può dimostrarsi uno strumento valido
per la divulgazione di alcune tradizioni sconosciute. È possibile postare su
qualsiasi lingua esistente, anche se il creatore del sito ha basato la sua idea
originale sulla conservazione delle lingue native americane. Queste, infatti, sono state messe in ombra negli anni
della colonizzazione e dalla successiva globalizzazione e adesso rischiano di
scomparire con la morte dei loro ultimi interpreti.
Una delle rimanenti
conoscitrici della lingua Navajo, Rachel Nez, afferma: “A lot of history,
culture and ceremony is held within the language.(…) Language is the distillation of
hundreds, if not thousands of years of experience of a collective.It's
considered sacred knowledge. So when the language disappears you're really
throwing away that whole library of knowledge.”("Molta storia, cultura e riti
sono correlati al linguaggio. La lingua è la
distillazione di centinaia, se non migliaia di anni di esperienza di una
collettività. È considerata una conoscenza sacra. Per questo motivo, quando una
lingua scompare si sta davvero buttando via un’intera raccolta di conoscenza").
Rachel Nez
Sempre nell’intento di preservare la fonetica e i
costrutti linguistici di alcuni idiomi, sono stati creati dei “talking dictionaries”,
dizionari online contenenti 32 000 parole e 24 000 registrazioni di pronunce
corrette provenienti da persone che ancora parlano le lingue in via di
estinzione. Questo è quello che il professore di Linguistica dello Swartmore
College (Pennsylvania)David Harrison
chiama “the flipside of globalization” (ovvero "l'altra faccia della globalizzazione"), affermando che: “We hear a lot about how globalisation exerts negative
pressures on small cultures to assimilate. But a positive effect of globalisation is that you can have a language that is spoken by only five or 50
people in one remote location, and now through digital technology that language
can achieve a global voice and a global audience” (“Sappiamo molto su come la
globalizzazione eserciti pressioni negative sulle piccole culture in modo da
assimilarle. Ma un effetto positivo della
globalizzazione è che ci possono essere lingue parlate solo da una cinquantina
di persone di una regione remota del mondo e ora grazie alla tecnologia digitale queste
lingue possono ricevere una voce globale e un pubblico globale”).
Davis Harrison (a destra) con i boliviani Illarion Ramos Condori (centro) e Antonio Condori (sinistra),
due interpreti della lingua Kallawaya
Il cambiamento, l’evoluzione e
persino il declino di una lingua a volte sono inevitabili, ma grazie alle nuove
tecnologie ciò che non sopravvive nel mondo reale può finalmente avere un posto
almeno nel mondo virtuale. Sebbene la globalizzazione abbia portato dei forti
cambiamenti, specialmente nelle culture minori, livellando le differenze e
appiattendo le peculiarità di alcuni popoli, in alcuni casi si sta dimostrando un mezzo
efficace per la diffusione e il mantenimentopropriodi quelle caratteristiche
che è stata accusata di aver distrutto.
In un recente post si è parlato dei Threatened Voices, un progetto che si occupa di dare voce ai casi di repressione della libertà di espressione , ho esaminato alcuni casi e vi propongo queste tre storie :
Il primo è Antònio Aly Silva , il più importante blogger dell'Africa occidentale, un punto di riferimento per milioni di persone ; infatti quando il 12 aprile ci fu un colpo di stato in Guinea Bissau la popolazione e il mondo di internet sapevano bene dove andare a cercare notizie : il suo blog , Ditadura fare consensus. Il blog è stato di vitale importanza per capire la situazione di corruzione e oppressione in questo paese e a causa della sua ininterrotta produzione online di denuncia , è stato arrestato per 10 ore, dopo il colpo di stato del 12 aprile, dove ha subito forti pressioni psicologiche e continui pestaggi.
Scrivere sul blog diventa un impresa difficile giorno dopo giorno e noi gli diamo il nostro pieno appoggio !
Il secondo personaggio, Ali Mahmoud Othman ("Jeddo"), è purtroppo stato catturato dalle truppe del presidente sirianoBashar Al Assad e molto probabilmente sta sopportando feroci atrocità. Il citizen journalist, secondo un video trasmesso dalla CNN (video), ha aiutato molti giornalisti e fotografi stranieri a evacuare da zone altamente pericolose. Sempre dal video arriva un appello anonimo che afferma "Abbiamo motivo di credere che Ali sia sottoposto a tremende torture", notizia incredibile perché va a colpire la libertà di promuovere notizie reali, tutto il mondo si sta muovendo per salvare il giornalista, intanto si aspetta una risposta dal governo siriano .
Il terzo , inece, si trova in Russia , Aleksey Dymovskiy ha deciso il 3 novembre del 2009 di creare un dominio .ru (non più attivo adesso) e caricare direttamente sul suo sito web due video (canale youtube) che denunciano la corruzione delle forze dell'ordine nella città di Novorossiysk, in seguito i due video finiscono su youtube con i sottotitoli in inglese . A causa della sua denuncia online Dymovskiy viene licenziato per diffamazione, poi indagato e sottoposto agli arresti domiciliari. Viene liberato dalla carcerazione preventiva il 7 marzo 2010 dopo circa un mese di reclusione, comunque si trova ancora sotto fase di processo con l'accusa di frode .
Di rivoluzioni la diffusione di Internet ne ha create parecchie. Ma nessuno si sarebbe aspettato un "ritorno al passato" nella modernità.
In un articolo recente di Repubblica, si annuncia una rivoluzione che ha dei precedenti: ovvero le lezioni presso i grandi istituti americani quali Harvard e Stanford diventano disponibili online gratuitamente. Come successe quando nacque Internet quindi, questo viene usato per diffondere la cultura universitaria. Ma mentre agli albori del Web, le lezione erano ristrette agli studenti delle stesse università, il progetto "Coursera" che nasce dalle due rivali di sempre si apre a tutti!
Basta infatti una semplice registrazione gratuita per iscriversi alle lezioni online di questi grandi atenei (tra cui vi è anche Berkeley e Milt), scegliere la materia desiderata ed attendere il periodo in cui si svolgerà il corso.
In un periodo di profonda crisi per l'istruzione (almeno in Italia, considerata tra le ultime in fatto di qualità della cultura universitaria), si prospetta quindi una nuova visione della diffusione delle materie di formazione. Soprattutto, questo progetto va ad interessare chi non può permettersi di pagare una retta universitaria. Inoltre, permette di estendere la possibilità a tutti di formarsi presso le famigerate università americane, per un crescendo di "menti" pronte per il mondo del lavoro oramai globalizzato.
Mai come oggi così tante persone sono state o vengono minacciate o incarcerate per ciò che hanno scritto online.
Insieme all’uso sempre più intenso di Internet da parte di attivisti o di semplici cittadini per esprimere le proprie opinioni o interagire con gli altri, anche i governi stanno aumentando i livelli della sorveglianza, del filtraggio, delle azioni legali e di disturbo. Molte volte le conseguenze peggiori sono state l’arresto politicamente motivato di blogger e scrittori online per le proprie attività in rete e/o offline, in alcuni tragici casi arrivando anche alla morte. Giornalisti online e blogger rappresentano il 45% di tutti gli operatori dei media oggi detenuti nelle carceri del mondo.
Quali sono e dove vivono i blogger minacciati e silenziati?
Per diverse ragioni è difficile trovare informazioni accurate su blogger o giornalisti online arrestati, filtrati o minacciati, .
Primo, la segretezza intorno alla censura e alla repressione su Internet rende particolarmente difficile essere accurati. Non passa settimana senza resoconti di arresti di sempre nuovi giornalisti o attivisti online in Paesi quali l’Egitto o l’Iran, ma i dettagli e le motivazioni degli arresti sono spesso avvolti nel mistero.
Secondo, esiste ancora una certa confusione sulla definizione di “blogger”. Giornalisti professionisti vanno migrando sempre più spesso nei media online e sui blog alla ricerca di maggiore libertà, rimescolando i tradizionali ambiti operativi. E molti cosiddetti cyber-dissidenti in Cina, Tunisia, Vietnam o Iran non hanno dei blog personali. Altre volte, i blogger vengono arrestati per attività svolte offline anziché per quanto hanno pubblicato in rete.
Alcune volte questa confusione ha messo in difficoltà i difensori della libertà d'espressione nel riuscire a definire strategie e alleanze positive per aiutare i blogger e gli attivisti online, ma è sempre più importante continuare a insistere.
Per maggiori informazioni si possono seguire gli account twitter :
In una news recente (Ansa), si legge una novità sorprendente quanto interessante.
Mark Zuckerberg (Foto accanto), il giovane fondatore del colosso Facebook, ha introdotto nel suo social network la possibilità di inserire una informazione in più nel proprio profilo: se si è fatta la scelta di essere un donatore di organi.
Primo nel suo genere, è il caso di dire che quest'innovazione è un passo avanti sulla libertà di opinione e condivisione del proprio status sociale, già minato da molte possibilità sul Web. Chi dona, non lo fa per onore, o per farlo vedere al mondo attraverso il proprio profilo Facebook. Chi dona, lo fa perchè sente di volerlo fare, senza altri fini che non sia quello di far del bene.
C'è da dire però che questo servizio permette in qualche modo di rivoluzionare il concetto di "donazione anonima". Sarà infatti più facile risalire al donatore, ed eventualmente di procedere ad un compenso. Ma questo dipenderà dalle persone, e come tutti i servizi su Internet sarà giudicato solo da come gli utenti ne usufruiranno.
Mark dice di essere stato ispirato dalla morte di Steve Jobs, ex CEO di Apple, malato di cancro e vissuto qualche anno in più proprio grazie ad un trapianto di fegato. A questo proposito le sue parole sono:
“La sua storia è soltanto una delle tante storie di quelle persone che sono riuscite, grazie ad un trapianto, a rendere più lunga la propria vita ma al contempo sono estremamente grate a chi ha permesso loro di poterlo fare, ovvero i propri donatori di organi.”
La voce "donatore di organi" per ora è disponibile solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma si estenderà ben presto a tutto il globo, per aggiungersi così alla gran mole di dati che il Web raccoglie ogni giorno sulle nostre vite.
Il 12 Luglio 2011 sul sito online dell’Economist è stato
pubblicato un dibattito incentrato sull’influenza di Internet nel giornalismo. Il
moderatore del dibattito era Tom Standage, il quale
ha introdotto l’argomento esplicitando i temi principali, per poi lasciare la
parola a Jay Rosen (a favore dell’utilizzo di Internet
nell’informazione pubblica) e Nicholas Carr (che ha supportato la tesi
contraria).
Nella presentazione del dibattito, Tom Standageha affermato che sebbene risulti impossibile
giungere ad un giudizio netto sui cambiamenti che Internet ha apportato nel
giornalismo, è comunque possibile verificare se l’evoluzione in questione abbia
reso globalmente più forte o più debole il settore giornalistico. In un
sintetico excursus sulle novità legate all’informazione, il digital editor
dell’Economist, ha ricordato la possibilità di essere costantemente e globalmente
informati, la crescita della trasparenza
del lavoro giornalistico e la nascita di nuovi modi di fare informazione. Ha evidenziato
che la rete non è uno strumento “a senso unico”, in quanto oltre ad apprendere notizie dal web vi è anche la possibilità di
caricarne di nuove. “That is not to say that everyone is now a journalist, but
it means that the chances of something important being captured by somebody at
the scene are much higher” (questo non vuol dire che tutti siano giornalisti,
ma che le possibilità che qualcosa di importante sia catturato da qualcuno
sulla scena sono molto più alte).
Se però da un lato Internet ha fornito nuovi strumenti all’informazione,
dall’altro sta ponendo fine al vecchio giornalismo.
Questo è probabilmente l’aspetto che influenza meno il singolo utente nella sua
quotidianità, perché riguarda le aziende giornalistiche, con la chiusura di imponenti testate e
la crisi della carta stampata. La riduzione del capitale dei giornali cartacei
porta ad una omologazione dell’informazione, in quanto, in mancanza di fondi,
si preferisce puntare ad un ampliamento del mercato a discapito
della qualità del servizio. I reportage approfonditi necessitano, infatti, di tempo e una discreta
disponibilità di risorse economiche. La
cosa peggiore, inoltre, è che “misurare l’impatto di questa perdita di è quasi impossibile; per definizione, non si
può sapere se una storia non può essere seguita ” per mancanza di fondi.
(Jan Rosen)
Passando al dibattito vero e proprio, il primo ad spiegare la
propria opinione a riguardo è stato Jay Rosen, il quale, già in apertura, ha espresso la ferma convinzione che secondo lui
Internet stia rendendo migliore il giornalismo. Pur essendo consapevole dell’esistenza di
aspetti negativi legati all’entrata del web nel mondo giornalistico, il
professore della New York University ha preferito focalizzarsi sugli aspetti positivi riassumendoli in
dieci punti. Tra questi, oltre alla facilità con cui è possibile diffondere una
notizia, vi era la crescente possibilità di una informazione interattiva. Secondo Rosen, infatti, il giornalismo è uno di quei settori che trae beneficio dall'avere un pubblico attivo e partecipe.
(Nicholas Carr)
Una volta concluso il primo intervento, a prendere la parola è stata la “parte avversa”: Nicholas Carr
si è concentrato sul lento declino della qualità giornalistica, accompagnato dalla
riduzione di posti di lavoro. Ha affermatoinfatti:
“se possiamo concordare sul fatto che Internet,
alterando l’economia di fondo del news business, abbia ristretto i livelli del
giornalismo professionale, allora la domanda da porsi è diretta: ha creato altri
modelli di informazione per colmare il divario? La risposta, ahimè, è
egualmente diretta: no". Perciò, sebbene non sia escluso che in futuro le
organizzazioni giornalistiche possano essere in grado (guadagnando più soldi
online ) di riportare il giornalismo al suo rigore, attualmente, conclude Carr,“la
rete ha danneggiato il giornalismo piuttosto che aiutarlo”.
Il dibattito è continuato per dieci
giorni e durante questo periodo di tempo era possibile entrare sul sito dell’Economist
e votare o lasciare un commento. I risultati finali hanno decretato vincitore
Jan Rosen con il 69 % dei voti.
Inglese, ma ancora per poco. Secondo una ricerca diffusa ieri dal colosso delle traduzioni on line «Smartling» alla fine del 2011 il 27% dei contenuti che si trovavano su Internet era scritto in inglese e il 24% in cinese. Ma il Dragone ha messo il turbo anche nel campo del digitale e in meno di due anni il cinese diventerà la lingua più diffusa in rete. Un traguardo difficile da pronosticare: dieci anni fa era sotto il 9%.
E le altre lingue? Al terzo posto c’è il giapponese, in netto calo, poi lo spagnolo e il tedesco. Solo il 3% dei contenuti è scritto in arabo. L’Italia è all’ultimo posto tra i Paesi del G8, con il 2%.
Quanto è diffuso Internet? Secondo un rapporto curato dall’Onu almeno 2 miliardi di persone usano il web. Negli ultimi dodici anni il numero di utenti è esploso: nei primi mesi del 2000 erano solo 250 milioni. I siti più cliccati sono Google, Facebook, Yahoo e Youtube.
Come si spiega il boom cinese? I cinesi sono sempre più affamati di tecnologia. A gennaio Apple è stata costretta a sospendere le vendite dell’ultimo modello di iPhone per evitare problemi di ordine pubblico. Secondo i dati del «China Internet Network Information Center» la Cina ha superato la cifra record di 500 milioni di connessioni: lo scorso anno l’incremento è stato del 12%. Da segnalare il boom degli accessi da dispositivi mobili e dalle aree rurali, che hanno registrato rispettivamente un balzo del 17,5% e dell’8,9%.
Quali sono i siti più visitati in Cina? In testa alla classifica c’è Baidu, il Google cinese, un motore di ricerca utilizzato da oltre 400 milioni di utenti. Fondato nel 2000, nel 2007 ha raggiunto un traguardo storico: è stato il primo gruppo cinese ad essere incluso nell’indice Nasdaq. E i social network? Il più in voga è Weibo, servizio di microblogging del portale Sina.com, molto simile a Twitter. Dal mese scorso, però, i controlli si sono fatti più stringenti e i cybernauti sono costretti ad autenticarsi con nome e documento di identità. Ma ogni tanto anche la censura si allenta. Ieri, in alcune aree del Paese, è stato accessibile anche Facebook, che potrebbe sfruttare l’acquisizione di Instagram - già disponibile in cinese - per superare le barriere imposte dal governo.
Nell’ultimo rapporto sulla rete “Reporters Senza Frontiere” parla di “emergenza Cina”: perché? La rete, grazie alla sua libertà, è il luogo privilegiato per attivisti e dissidenti, e il governo ha stretto la morsa. Nel tentativo di combattere le «voci» che si diffondono su Internet, Pechino il mese scorso ha chiuso 42 siti. L’allarme sulla cyber-repressione è stato lanciato anche dal co-fondatore di Google Sergey Brin: «Ci sono forze molto potenti - ha detto in un’intervista al Guardian - che si sono schierate contro Internet, su tutti i fronti e in tutto il mondo».
Qual è la lingua perfetta per il web? Secondo l’Economist le lingue più brevi e incisive sono il cinese e l’arabo che, rispetto all’inglese, risparmiano rispettivamente il 69% e il 14% di spazio per scrivere lo stesso testo. Sul web utilizzare poco spazio è fondamentale, soprattutto sui social network come Twitter, che accetta messaggi lunghi al massimo 140 caratteri. Twitter, scrive l’Economist, sta diventando importante anche per salvare le lingue in via di estinzione: molte persone che parlano basco o gaelico utilizzano il web per comunicare e tra le centinaia di migliaia di profili attivi c’è n’è uno che «twitta» in kamilaroi, una particolare lingua degli aborigeni australiani che oggi viene parlata solo da tre persone.
Davvero il web sta modificando la lingua? Sì, soprattutto nei Paesi anglosassoni. Waterstone’s, la maggiore catena di librerie del Regno Unito, ha deciso di abolire il genitivo sassone dalle sue insegne, rinunciando all’apostrofo e diventando Waterstones. La scelta è stata così motivata: la parola è più semplice da trovare sui motori di ricerca.
Come si fa a risparmiare spazio? La maggior parte degli utenti si affida agli emoticons, simboli grafici che raffigurano le espressioni facciali. Molto usati tra gli adolescenti, da qualche anno sono entrati anche nel lessico comune.
Si può tradurre una pagina web? Sì. Il servizio più utilizzato, nonostante presenti ancora molte limitazioni, si chiama Google Translate e permette di tradurre qualsiasi sito internet. Translate si basa su un algoritmo sviluppato dagli ingegneri di Mountain View, che lo aggiornano continuamente, ed è completamente gratuito.
Fonte : La Stampa ( Torino, 27 aprile 2012, articolo a cura di Giuseppe Bottero )
E voi cosa ne pensate ? In un futuro prossimo parleremo tutti cinese e inglese o riusciremo a salvare la nostra lunga, complicatae preziosa lingua ?